Primo Piano

    Girandola illegale di soldi e crack da 60 milioni: così è crollato il "Gruppo Scanu"

    Alberto-Scanu

    CAGLIARI. Polsan Srl, buco di 10,6 milioni di euro. Sant'Elena Srl, passivo di 9,3 milioni di euro. E ancora: Immobiliare casa di Cura Sant'Elena (voragine di 16 milioni), Compagni immobiliare Sardegna (8,2 milioni), San Pantaleo Srl (2 milioni di euro), Sofinda (816mila euro), Scancenter (349mila euro), Sansucchi (3 milioni e 250mila euro di buco), Società farmaceutica mediterranea (8,2 milioni). Totale: circa 60 milioni, per una lunga serie di bancarotte orchestrate da Alberto Scanu, ex presidente di Confindustria Sardegna e ex (appena dimissionario) amministratore della Sogaer, società di gestione dell'aeroporto.

    Tutte società fallite che per la Guardia di Finanza, nell'ambito dell'indagine coordinata dal pm Giangiacomo Pilia, facevano parte della ragnatela del Gruppo Scanu, al centro di un vorticoso giro di denaro e operazioni  illecite, messe in piedi solo per spolpare le compagini a vantaggio degli artefici. L'ex industriale, arrestato questa mattina e trasferito nel carcere di Uta, era il vero dominus. Ad affiancarlo c'erano la sorella Laura Scanu, il commercialista Giovanni Pinna e Valdemiro Giuseppe Peviani: per loro sono disposti i domiciliari.

    Numerosi gli altri indagati, residenti in diversi luoghi in Sardegna e in Italia: P. Z. (Varese), P.D. G. (Cossano Belbo), P.M. (Milano), C. d. M. (Udine), G.M. (Meana Sardo), D. F. (Macomer), E. G. (Cagliari), P. Z. (Cagliari) che hanno avuto tutti ruoli marginali nelle operazioni contestate. A tessere le fila era Scanu. 

    La ricostruzione di una  complessa architettura che reggeva una struttura societaria decotta da anni è riportata nelle 163 pagine dell'ordinanza firmata dal gip Giampaolo Casula. Le manette sono scattate oggi, la richiesta del magistrato risale al 18 febbraio. Viene descritta una "particolare tendenza a delinquere" di Scanu. Un tempo un nome, il suo, che si piazzava tra i big della sanità cagliaritana e non solo. Ma le sue imprese - per lo più attive nel settore medico privato - secondo gli inquirenti erano bollite già dai primi anni Duemila. E si reggevano in piedi solo attraverso una sistema di spoliazione che faceva sparire i soldi da una società all'altra per lasciare i debiti sulle spalle di quella che doveva soccombere, tenuta in vita finché era utile.

    Le Fiamme Gialle hanno ricostruito impressionanti passaggi di denaro, accrediti da una Srl all'altra, prestiti e cessioni di macchinari senza che ci fosse alcuna controgaranzia. Un flusso incontrollato di denaro che ha creato giganteschi debiti con istituti di credito - restii a riscuoterli, tanto che la Banca d'Italia bacchetta il Banco di Sardegna per essere stato troppo morbido, quando era evidente che non ci fossero margini di solvibilità - e Erario. 

    I reati di bancarotta, si legge nell'ordinanza, si sono protratti dal 2002 al 2018 (anno di fallimento della Sansucchi). Scanu e la sorella, nei vari procedimenti, hanno sempre "proposto opposizione, ritardando la procedura di fallimento e contribuendo ad aggravare la situazione di dissesto delle società". 

    La mole di carte a disposizione di Gip e pm era arricchita dalle relazioni dei curatori. Ed è stato ricostruito un modus operandi costante, legato alle operazioni infragruppo "caratterizzato", si legge sulle carte, "dalle ripetuta distrazione di beni e risorse a favore di società del Gruppo Scanu. Aperta una procedura concorsuale nei confronti di una società appartenente a un gruppo si scopre che i suoi amministratori hanno realizzato, o comunque concorso a realizzare, atti di disposizione di beni o comunque trasferimenti di risorse a favore di un'altra componente del gruppo, offensivi degli interessi dei creditori della società impoverita dall'operazione". 

    Scanu, con una lettera su carta intestata e con una denuncia in Procura, aveva anche accusato il Brotzu e il curatore fallimentare della Polsan, di aver emesso fatture per operazioni inesistenti per far insinuare l'azienda sanitaria nel fallimento della società. In realtà l'ospedale ignorava che le società di Scanu avevano cambiato ragione sociale, perché lui non lo aveva comunicato: il suo tentativo, con l'attribuzione di un reato ad altri, è considerato elemento che aggrava la posizione dell'imprenditore.

    La proprietà di alcune cliniche quartesi, finite nel calderone dei fallimenti, era passata al gruppo Kinetika, che ha ereditato l'impero sanitario che un tempo era stato della famiglia Ragazzo: a dettare i tempi delle operazioni c'era sempre Scanu, già coinvolto - ma assolto - in un processo per bancarotta che ha visto la condanna (o il patteggiamento) di Sergio Porcedda e Antonio Macciotta. 

    Dalle carte emerge l'interesse degli inquirenti per altre numerose società del gruppo Scanu, per le quali si sospetta l'applicazione dello stesso schema fraudolento. 

    E.F.
    News
    12 Ottobre 2019

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