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SASSARI. A tre settimane dalla tragica morte di Giuseppe Spanu, il detenuto di 35 anni deceduto in seguito a un incendio appiccato nella sua cella nel reparto sanitario del carcere di Bancali, la garante regionale dei detenuti Irene Testa è tornata ad accendere i riflettori sulla vicenda rendendo nota una lunga e toccante telefonata avuta con la madre del giovane.
Da quanto si apprende le indagini sulla vicenda sono ancora in corso e pochi giorni fa ci sarebbero stati i funerali dopo la restituzione della salma ai familiari.
"Oggi ho sentito Elena, la mamma di Giuseppe, morto nel carcere di Bancali dentro una cella rovente", ha riferito la garante sui social. "Come sia potuto accadere e quali siano state le responsabilità lo accerterà la magistratura. Giuseppe era un bravo ragazzo, bello, legatissimo a sua madre. Era entrato, come tanti altri, nel circuito penale per piccoli reati, dentro una storia segnata dal disagio psichiatrico e dall’abuso di sostanze. Elena ha pianto per tutta la telefonata, ma è una donna coraggiosa. Non mi ha chiamata per essere consolata, ma perché non riesce a capacitarsi di ciò che è accaduto, di come e perché suo figlio abbia potuto perdere la vita mentre era sotto la custodia dello Stato".
Un dolore che, secondo la garante, ripropone l'annosa questione delle carenze dei servizi sanitari e di supporto sul territorio (QUI L'ARTICOLO DI POCHI GIORNI FA) prima dell'ingresso nelle strutture penitenziarie: "A Elena come a tante altre madri il sostegno è mancato molto prima del carcere. Giuseppe avrebbe avuto bisogno di essere curato, seguito e sostenuto dai servizi territoriali. Servizi che troppo spesso sono assenti, insufficienti o incapaci di intervenire in tempo, al punto che per riuscire ad accedere a una comunità o a un percorso di cura sembra quasi che si debba prima passare dal carcere".
Testa ha poi riportato le drammatiche testimonianze sull'angoscia che Giuseppe avrebbe vissuto all'interno dell'istituto penitenziario sassarese: "Giuseppe chiamava sua madre e le diceva che stava male, che aveva caldo, che in carcere stava impazzendo. Elena lo ha visto anche dopo l’autopsia: mi ha descritto quel corpo con una tenerezza che mi ha spezzato, continuava a parlarmi del suo sorriso, quello che per lei restava ancora lì oltre tutto quello che era accaduto. Me lo ha raccontato tra le lacrime e i singhiozzi, ma con la dignità e la forza di una madre che chiede soltanto che la morte di suo figlio non sia stata vana. Io ho potuto soltanto ascoltare quel dolore profondo, quello che conoscono le famiglie quando un figlio entra in carcere e non torna più a casa".
"Oltre ad accertare le responsabilità sulla detenzione, c’è una domanda che viene prima e che riguarda tutti noi: quante persone fragili finiscono ancora in carcere perché fuori non hanno trovato una cura, una comunità o un servizio capace di prenderle in carico? Quando il carcere diventa la risposta alla malattia, alla dipendenza e all’abbandono sociale, il sistema ha già fallito. E Giuseppe, prima ancora di morire in carcere, era già stato lasciato solo fuori".