CAGLIARI. L’inflazione abbassa la testa in Sardegna, 1,3% la media nel 2025, con il minimo di novembre 0,7%, rispetto all’1,5% della media nazionale. È il dato emerso dal dossier di Centro studi di Cna Sardegna, che rielabora l’andamento delle spinte inflattive alla dimensione regionale riguardante la Sardegna.
Abbigliamento e trasporti, dopo anni di crescita ininterrotta hanno mostrato una contrazione, -0,4%. Incrementi sostenuti dei prezzi anche nei servizi ricettivi e nella ristorazione + 2,9%. Solo alimentari, tabacchi e bevande hanno mostrato incrementi superiori alla media nazionale.
La fase di rientro dell’inflazione si innesta però su una base reddituale delle famiglie fortemente indebolita che impatta negativamente sulla propensione al consumo; Tra il 2020 e il 2024 il reddito reale medio dei lavoratori dipendenti sardi si è ridotto del 5,4%, a fronte di una flessione nazionale del 2,6%.
Il dato di dicembre, di fonte Istat, conferma il quadro di bassa inflazione che caratterizza l’economia della Sardegna. Nella media del 2025 l’inflazione regionale si è attestata all’1,3% (variazione media dell’indice NIC), ma con un profilo chiaramente discendente nel corso dell’anno, culminato nel minimo di novembre (0,7%). Dopo il quasi azzeramento della dinamica dei prezzi osservato a fine 2023, l’inflazione in Sardegna aveva mostrato un progressivo rafforzamento nel 2024, sostenuta in larga misura dal recupero dei prezzi energetici. Tale spinta si è tuttavia esaurita nel corso del 2025, determinando un rallentamento diffuso delle pressioni inflazionistiche e contribuendo al ridimensionamento della crescita dei prezzi a livello regionale.
Il raffreddamento dell’inflazione è il risultato più marcato in Sardegna rispetto alla media nazionale (inflazione Italia all’1,5%), con un differenziale che si è progressivamente ampliato nel corso dell’anno. Si tratta di un’inversione di tendenza rispetto al recente passato: tra il 2022 e il 2023 la Sardegna era stata infatti una delle regioni maggiormente colpite dall’impennata inflazionistica innescata dalla crisi energetica; in quella fase, l’Isola aveva risentito in misura più intensa dell’aumento dei prezzi, a causa del maggiore costo del trasporto dell’energia, della più elevata dipendenza dalle importazioni nette e di un più rapido trasferimento degli aumenti dei prezzi alla produzione sui prezzi finali. Con l’esaurirsi delle spinte esogene, il processo di riassestamento dei prezzi si è manifestato in Sardegna con maggiore rapidità rispetto ad altre aree del Paese.
Secondo il dossier, l’analisi dei redditi reali da lavoro dipendente evidenzia come, a partire dal 2019, la Sardegna abbia registrato riduzioni significative nel 2020, nel 2022 e nel 2023, senza un pieno recupero nelle fasi successive. Nell’arco di cinque anni, a prezzi 2020, il reddito medio annuo di un lavoratore dipendente in Sardegna è sceso da circa 32.700 euro nel 2019 a poco più di 31.000 euro nel 2024, con una perdita cumulata superiore a 1.700 euro per occupato. Il dato regionale risulta sensibilmente peggiore della media nazionale, dove nello stesso periodo la contrazione del reddito si è limitata a circa 1.000 euro. In termini percentuali, tra il 2019 e il 2024 il reddito reale medio dei lavoratori dipendenti sardi si è ridotto del -5,4%, a fronte di una flessione nazionale del -2,6%. Il confronto di più lungo periodo accentua il divario: assumendo il 2010 come anno base, il calo dei redditi reali in Sardegna raggiunge il -15%, quasi il doppio della riduzione registrata a livello nazionale (-7,8%). In questo quadro, la fase di rientro dell’inflazione si innesta su una base reddituale fortemente indebolita che, unita a un contesto congiunturale fragile e incerto, impatta negativamente sulla propensione al consumo.
Guardando alle singole voci di spesa, il contesto regionale nel 2025 è caratterizzato dal calo dei prezzi nel settore dell’abbigliamento e dei trasporti, che dopo anni di crescita ininterrotta (+11,5% nel 2022, +3,8% nel 2023, +0,8% nel 2024) hanno mostrato primi timidi segnali di distensione (-0,4%), a indicare non solo un rientro delle pressioni sui costi, ma anche una maggiore selettività dei consumi.
Solo beni alimentari, bevande e tabacchi hanno mostrato una dinamica superiore alla media nazionale,contrariamente alle altre componenti (con l’eccezione delle spese per l’istruzione). Servizi ricettivi e ristorazione continuano a registrare incrementi sostenuti dei prezzi: il +2,9% del 2025 si colloca in continuità con gli aumenti degli anni precedenti (+6,9% nel 2022, +5,8% nel 2023 e +4,3% nel 2024), alimentati dal forte dinamismo della domanda turistica. Nel corso dell’ultimo anno, il complesso delle strutture ricettive alberghiere ed extra-alberghiere della Sardegna potrebbe aver superato i 4 milioni di arrivi (stime basate su dati provvisori relativi ai primi otto mesi), un livello che rappresenterebbe il massimo storico per il turismo regionale; rispetto al 2024, già anno record, la crescita sarebbe pari a circa il 5,5% in termini di arrivi e al 21% in termini di presenze.
In sintesi, la tenuta della dinamica dei prezzi si concentra nei settori caratterizzati da una domanda in espansione, come il turismo, o in quelli in cui la domanda risulta strutturalmente meno elastica rispetto alla riduzione del potere d’acquisto, come alimentari, bevande e tabacchi.
“Nel complesso – affermano Luigi Tomasi e Francesco Porcu – rispettivamente Presidente e Segretario Regionale di CNA Sardegna - il quadro che emerge dall’analisi delle traiettorie inflazionistiche regionali evidenzia rischi congiunturali e strutturali. Il protrarsi di una fase di bassa inflazione, se accompagnata da redditi reali stagnanti e da una domanda interna debole – proseguono i vertici di CNA - minaccia di tradursi in una crescita anemica e in un ulteriore deterioramento della base produttiva regionale. Inoltre, la forte dipendenza dell’economia regionale dai consumi interni e dal turismo accentua la vulnerabilità del sistema produttivo agli shock esterni e ai cicli stagionali. In questo contesto, le politiche economiche regionali dovrebbero – concludono Tomasi e Porcu - concentrarsi sul recupero del potere d’acquisto delle famiglie, sostenendo redditi e occupazione, soprattutto di qualità. In quest’ottica, gli obiettivi da porre al centro dell’agenda politica riguardano la riduzione del part-time involontario, il contenimento dell’eccessiva stagionalità contrattuale, la promozione della formazione in azienda, il rafforzamento dell’interazione tra scuola, università e imprese e l’aumento dei tassi di attività, in particolare femminili”.









