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CAGLIARI. In Italia avere un figlio piccolo continua a fare una grande differenza per il lavoro delle donne. Solo il 58,2% delle madri con figli in età prescolare lavora. I dati arrivano dall'ultimo dossier pubblicato da Save The Children e intitolato "Le equilibriste: la maternità in Italia nel 2026".
Si diventa madri, nella maggior parte dei casi, quando si ha è già all’interno di un percorso lavorativo avviato: non è quindi l’ingresso nel mercato del lavoro a rappresentare il nodo più critico, ma la sua tenuta nel momento in cui arrivano i figli. "È proprio da questo momento che i percorsi iniziano a divergere e, in molti casi, a interrompersi", si legge nel report.
Tra le donne senza figli in età prescolare la percentuale di chi lavora è pari al 66,1%. Il confronto tra il tasso di occupazione delle donne tra i 25 e i 49 anni con almeno un figlio in età prescolare e quello delle donne senza figli consente di misurare il divario occupazionale associato ai carichi familiari, da considerare anche come quelli più impegnativi nella fase zero sei anni. Più questo rapporto si allontana da 100, maggiore è lo svantaggio delle madri con figli piccoli. Nel 2025, il rapporto si attesta a 75,1%. La nascita del primo figlio segna dunque uno spartiacque nelle traiettorie lavorative di donne e uomini in Italia. Con la transizione alla genitorialità si apre una divergenza netta: l’occupazione femminile diminuisce rapidamente e resta stabilmente più bassa negli anni successivi, mentre quella maschile non subisce variazioni significative. Dai dati messi a disposizione nel Child Penalty Atlas, in Italia, la penalizzazione associata alla maternità è pari al 33% (intervallo di confidenza: 29–37%58), segnalando un effetto ampio e persistente nel tempo.
La nascita di un figlio rappresenta quindi, secondo il dossier, uno dei principali meccanismi attraverso cui si generano e si consolidano le disuguaglianze tra donne e uomini nel lavoro.
Altro punto interessante: dai dati Istat emerge che quasi 1 donna su 4 (tra i 25 e i 34 anni) dice di “non avere condizioni lavorative adeguate per avere un figlio”.
La maternità, in sostanza, rappresenta un punto di snodo nelle traiettorie lavorative, con effetti che si distribuiscono in modo tutt’altro che uniforme. La penalizzazione associata alla nascita di un figlio non è infatti uguale per tutte, ma si intreccia con altre dimensioni di disuguaglianza già presenti nel mercato del lavoro. Nei paragrafi successivi ci si concentrerà proprio su questi aspetti, analizzando come i divari di partecipazione si articolano lungo due dimensioni cruciali: l’area geografica e il livello di istruzione














