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CAGLIARI. Cresce il lavoro in Sardegna, ma non gli stipendi. È la fotografia che emerge dal nuovo Rapporto “Sardegna, il valore del lavoro. Salari, occupazione, produttività, contrattazione e sviluppo”, realizzato dal Centro Studi “Giannetto Lay” della Cisl Sardegna e che sarà presentato il 9 settembre a Cagliari.
"Tra il 2023 e il 2025 gli occupati sono passati da circa 577mila a circa 598mila: 21mila in più in due anni. Un risultato importante che racconta un’Isola diversa rispetto agli anni più difficili della crisi. Ma dietro la crescita dell’occupazione resta una questione decisiva: quanto vale oggi il lavoro in Sardegna?", scrive su una nota la Cisl.
"Un secondo dato cambia infatti la prospettiva. Tra il 2008 e il 2023, infatti, le retribuzioni reali medie dei dipendenti privati sardi sono diminuite del 15,2%, contro il -6,2% registrato a livello nazionale. E mentre cresce il bisogno di competenze, tra il 2019 e il 2025 la Sardegna ha registrato un saldo migratorio negativo di circa 6.900 giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni", prosegue il comunicato.
"Il primo dato che vogliamo riconoscere è positivo – afferma Pier Luigi Ledda, Segretario generale della Cisl Sardegna e Presidente del Centro Studi 'Giannetto Lay' –. In Sardegna oggi lavorano più persone. Sarebbe sbagliato non vederlo. Ma proprio perché abbiamo recuperato occupazione possiamo porci una domanda più ambiziosa: quanto vale il lavoro che stiamo creando? Quanto dura, quanto viene pagato, quali competenze utilizza e quali prospettive offre alle persone?".
Secondo il report nel 2025 il tasso di occupazione dei 15-64enni ha raggiunto il 58,2%, rispetto al 57,7% dell’anno precedente. La Sardegna si colloca nettamente sopra la media del Mezzogiorno, ma resta ancora distante da quella italiana. Dietro la crescita complessiva, inoltre, convivono situazioni molto differenti: nel 2025 il tempo indeterminato ha dato un contributo importante alle nuove posizioni lavorative, mentre nei primi mesi del 2026 l’aumento è stato trainato soprattutto dai contratti a termine.
Il rapporto mette in evidenza anche il problema della continuità del lavoro. Nel 2023 le giornate retribuite dei dipendenti sardi rappresentavano mediamente il 72,9% delle giornate teoricamente lavorabili, contro il 78,9% nazionale. Una differenza che contribuisce a spiegare perché la distanza nei redditi annuali possa essere ancora più ampia di quella osservata nelle singole retribuzioni.
"Non basta più contare gli occupati – prosegue Ledda –. Dobbiamo misurare la qualità del lavoro: stabilità, continuità, salario, professionalità, formazione, sicurezza e possibilità di crescita. Un contratto può essere stabile e continuare a produrre un reddito insufficiente; allo stesso modo, un contratto a termine può essere una porta d’ingresso positiva se conduce a un percorso professionale vero".
Il tema delle competenze è uno dei nodi centrali. Nel 2025 il tasso di occupazione delle persone con laurea o titolo post-laurea raggiungeva in Sardegna l’83,7%, contro il 47,7% di chi possedeva al massimo la licenza media. Ma la Sardegna continua ad avere una quota di giovani laureati inferiore alla media italiana e, contemporaneamente, perde una parte consistente del capitale umano che forma.
"Qui c’è un rischio che dobbiamo affrontare adesso – sottolinea Ledda –. Meno giovani, meno nascite e una parte crescente dei lavoratori vicina all’età pensionabile significano che nei prossimi anni avremo bisogno di programmare molto meglio le competenze. Non possiamo permetterci di avere contemporaneamente giovani senza opportunità, imprese e servizi che non trovano professionalità e competenze formate nell’Isola che scelgono di costruire altrove il proprio futuro".
Da qui la proposta politica della Cisl Sardegna: aprire un confronto per un Patto regionale per produttività, salari e qualità del lavoro.
Un Patto che metta insieme investimenti e innovazione, crescita dimensionale delle imprese, formazione e politiche attive, maggiore diffusione della contrattazione di secondo livello, destagionalizzazione, partecipazione, servizi e territorializzazione dei fabbisogni professionali.
"Il salario non cresce per decreto regionale e la Regione non deve sostituirsi alla contrattazione – precisa Ledda –. Ma può contribuire a creare le condizioni perché aumentino produttività, competenze, investimenti e qualità dell’occupazione. E la contrattazione deve riuscire a redistribuire una parte maggiore del valore prodotto. La vera sfida è far crescere insieme produttività e salari".
Il Rapporto propone anche di costruire un sistema regionale capace di misurare nel tempo non soltanto quante persone lavorano, ma quanto valore il lavoro produce e quanto ne restituisce alle persone, attraverso indicatori su retribuzioni, giornate lavorate, stabilità, contrattazione, formazione, mobilità dei giovani e differenze territoriali.
"La Sardegna ha dimostrato di poter creare lavoro. Ora deve fare il passo successivo – conclude Ledda –. Trasformare la crescita dell’occupazione in buona occupazione, salari più forti, competenze e possibilità di costruire qui il proprio futuro. È su questo terreno che si misura la qualità dello sviluppo".