Articolo pubbliredazionale
SERRI. Può un paese nascere da un sogno? A Serri la domanda non suona strana, perché da secoli la comunità conserva il racconto di un pastore che, addormentatosi sull'altopiano, ricevette in visione l'indicazione del luogo in cui la sua gente avrebbe potuto ricominciare. È la leggenda che Serri offrirà ai visitatori domenica 8 novembre, quando il paese ospiterà la terza tappa della tredicesima edizione di Saboris Antigus.
Prima ancora che esistesse Serri, quella gente abitava Biora, un insediamento d'epoca romana disteso ai piedi del pianoro, nella valle in cui sorge oggi la chiesa campestre di San Sebastiano. Era una terra fertile ma insidiosa. Gli acquitrini che la circondavano esalavano, nelle estati più afose, la febbre malarica, e il morbo, raccontano gli anziani, varcava le soglie senza chiedere permesso, assottigliando di anno in anno le famiglie e lasciando i campi senza braccia.
Nessuno, tuttavia, osava andarsene: a trattenerli erano le tombe degli avi e la mancanza di un altrove che apparisse più sicuro. Quell'altrove, in realtà, li sovrastava. La Giara di Serri, un tavolato di basalto che domina la valle, offriva aria asciutta, battuta dal vento, e un suolo su cui l'acqua piovana non indugiava. Eppure la si considerava terra di pascolo, non di dimore. Lassù, in un giorno di fatica, salì un capraio di Biora con il figlio, per vegliare sul gregge. Vinto dalla stanchezza, cercò riparo all'ombra e si lasciò cogliere dal sonno. Fu allora che gli apparve San Basilio Magno, vescovo di Cesarea e padre della Chiesa d'Oriente.
Non era una presenza estranea: il suo culto era approdato nell'isola con i monaci greci e aveva messo radici profonde in quelle campagne, tanto che nella vicina Trexenta un intero villaggio ne porta ancora il nome. Le parole del santo furono semplici e perentorie: lasciare le terre basse e condurre la popolazione sul pianoro, al riparo dal contagio. Al risveglio, il pastore portava sulle spalle un peso più grave di qualunque gregge. Rimanere significava assistere all'agonia lenta del proprio villaggio; partire, affidarsi a una visione notturna. Scelse di credere. Con il figlio innalzò la prima dimora sul ciglio dell'altopiano, e attorno a quelle pietre, una famiglia dopo l'altra, Biora si trasferì in alto. Il nuovo abitato prese il nome di Serra, il crinale, che il tempo avrebbe levigato in Serri. Ai serresi parve naturale affidare il paese a chi li aveva guidati. Basilio ne divenne patrono e titolare della chiesa parrocchiale, eretta attorno al 1100 secondo i canoni del romanico pisano. Intorno a quelle mura il borgo è cresciuto, e al suo nome è intitolato anche l'altare maggiore, impreziosito da intarsi marmorei. Della vecchia Biora restano le rovine, adagiate in fondo alla valle accanto alla chiesetta di San Sebastiano. Laggiù parla la pietra, con il rigore dei reperti; quassù parla la memoria, con la voce dei nonni.
Da secoli, a Serri, le due narrazioni convivono senza smentirsi. Domenica 8 novembre il paese apre le porte, e a ricevere gli ospiti saranno gli eredi di quel pastore: allevatori, fornaie, custodi di ricette mai messe per iscritto, uomini e donne che hanno scelto di restare quando partire sarebbe stato più comodo. Chi salirà verso l'altopiano ripercorrerà, senza saperlo, la strada di quella migrazione antica, e forse comprenderà perché, molti secoli fa, qualcuno ritenne che un sogno valesse un intero destino.