Articolo pubbliredazionale
SELEGAS. Può un temporale trasformarsi nel viaggio di un vecchio nonno tra le nuvole? Può il cigolio di un carro, nel buio, annunciare una morte? A Selegas, fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, a queste domande rispondevano i Contus Antigus de Forredda, gli antichi racconti che gli anziani tramandavano ai più giovani. Due di quelle leggende accompagneranno la seconda tappa di Saboris Antigus 2026, ospitata dal paese della Trexenta il 31 ottobre e il 1° novembre.
La tredicesima edizione della rassegna attraversa la Trexenta e il Sarcidano, e dipinge una storia comune fatta di credenze e misteri, sussurrati, come si addice alle storie popolari. A Selegas i Contus Antigus erano (e sono!) parte della vita quotidiana delle famiglie, anche se la modernità li ha sottovalutati, almeno un po', dal dopoguerra a oggi. Ma nulla è riuscito a cancellarli: le tradizioni e quelle dolci voci dei nonni che raccontano fiabe sopravvivono ancora oggi. E in questo fine settimana, Selegas le porge ai suoi ospiti.
Su Carr'e Nannai era, per l'appunto, il carro del nonno. Quando il cielo si faceva scuro, il vento annunciava il temporale e i tuoni scuotevano le case, per i bambini era il momento della paura. Ma la paura dei bimbi serviva anche a trasmettere amore, nel gesto di tranquillizzarli. Così si raccontava che sopra le nuvole stava viaggiando un vecchio nonno, alla guida di un carro carico di grosse pietre. Un po' come gli anziani che i bambini erano abituati a vedere nella quotidianità di un borgo agricolo. Il fragore dei tuoni non era altro che il rumore di quelle pietre che, sobbalzando sul carro, si urtavano l'una contro l'altra. E i lampi? Erano il bagliore de su lantioi, la lanterna con cui il nonnino si faceva luce lungo il cammino e che per un istante rischiarava il cielo, agitata da quel viaggio accidentato.
Nelle menti dei bambini, allora, il temporale cambiava volto: ciò che prima sembrava un pericolo si trasformava in un'avventura, nel viaggio di una figura familiare, incrociata mille volte mentre si giocava nei campi. Ma non di soli racconti vive la speranza degli uomini: così i più grandi, impauriti a loro volta dalla forza degli elementi, invocavano Santa Barbara, che la devozione popolare considera la protettrice contro i fulmini e il fuoco, e San Giacomo, cui si chiede di propiziare il bel tempo, implorando la loro protezione per le persone, le case e le campagne. Una preghiera tramandata nella lingua dei loro padri, quel sardo così musicale, consegnava ai due santi le chiavi dei lampi e del cielo.
Ben diversa era la storia di Su Carr'e sa Motti, il carro della morte. Quello non concedeva alcuna rassicurazione né conosceva pietà. Si raccontava che, nelle ore più profonde della notte, per annunciare un lutto imminente, un carro nero percorresse le strade del paese trascinando catene e ferraglie. Selegas non aveva illuminazione, allora, come tutti i paesi della Sardegna, e le sue strade erano polverose e sconnesse: nel buio bastava il cigolio di una ruota o il tintinnio di un attrezzo metallico perché un suono che di giorno era familiare si trasformasse in un'avvisaglia di morte.
Ma la fantasia popolare, si sa, non conosce limiti. È così che gli occhi del terrore finirono per dare un volto anche al cocchiere del carro: Satana in persona, che si presentava con l'aspetto di un asino i cui zoccoli, si diceva, battevano fuoco: malla' fogu, nel sardo del sud, come se le fiamme gli nascessero dai piedi. Alcune donne, addirittura, giuravano di averlo incontrato, mentre andavano a Ciuexi a impastare la farina per il pane. Terrorizzate, si erano addossate ai muri per lasciar passare quella creatura terribile, tra lo strepito delle ferraglie e le scintille degli zoccoli. Sullo sfondo, in quelle notti oscure, il canto de sa stria, la civetta, anch'essa brutto presagio.
Così la naturale e umanissima paura dell'ignoto, il bisogno di spiegare comunque tutto ciò che sfugge al controllo, la ricerca di protezione nella fede hanno trasformato il terrore in un racconto, da consegnare ai figli. I rumori della notte sono diventati leggende, e le leggende sono entrate a far parte della storia stessa della comunità. Quest'anno, invece, per sfuggire alla paura, si mangia, si beve, si canta e si balla. È lo spirito di Saboris Antigus. Al centro, come sempre, i volti delle donne e degli uomini che tengono vivo il patrimonio di culture, i sapori come i racconti. Il tema del 2026 lo dice chiaro: ci mettiamo la faccia.
Il 31 ottobre e il 1° novembre Selegas si racconta e vi aspetta. Che il cielo sia stellato o che si faccia scuro. Chi brinderà in quei momenti saprà che nulla c'è da temere: è solo il carro del vecchio nonno che sta passando, giusto sopra le nuvole.
