"Dopo 48 anni sono stanco, meglio la pena di morte”: l'appello di un detenuto dal carcere di Uta



UTA. “Dopo 48 anni di detenzione sono davvero stanco. Meglio la pena di morte. Ho perso tutte le speranze”. Sono le parole di disperazione con cui M. C. 69 anni, cagliaritano, detenuto della Casa Circondariale di Cagliari-Uta ha descritto la sua realtà in una accorata lettera inviata all’associazione “Socialismo Diritti Riforme”.

“Un documento in cui – sottolinea la presidente di Sdr Maria Grazia Caligaris – non manca il riconoscimento dei gravi errori commessi ma risalta anche l’affermazione di non essere stato il mandante di un omicidio commesso all’Asinara nel 1982 e di cui un altro detenuto aveva confessato di essere l’autore, ma che non era stato creduto”.

“La mia vita, non era facile, ma è diventata un inferno proprio in seguito a quella condanna all’ergastolo – sottolinea M.C. difeso dall’avv.ta Roberta Cannas – arrivata dopo una sentenza di assoluzione in primo grado. Una condanna pesante che ho ritenuto ingiusta e contro la quale ho messo in atto azioni di ribellione, fino a pensare a una evasione. La mia adesione alla rivolta di Porto Azzurro nel 1987, una vicenda drammatica con gravi conseguenze, ha avuto origine, almeno per me, proprio dal desiderio di ribellarmi a quella sentenza, senza valutare pienamente quali conseguenze ne sarebbero derivate. Avevo 30 anni, pensavo che avrei potuto così riscattarmi. Conclusa quella operazione, che per fortuna non ebbe conseguenze tragiche, mi ero illuso che avrei potuto accedere alla revisione del processo. Niente di tutto questo, anche perché non avevo la possibilità di disporre di un avvocato importante”.

“Dopo una dolorosa riflessione, piano piano ho iniziato ad accettare il carcere e questa pena all’ergastolo tuttavia – afferma ancora nella lettera – incontro sempre ostacoli per dimostrare che sono cambiato. Dopo 20 anni, grazie al dialogo costruttivo con psicologhe, educatrici e tutti gli operatori penitenziari, ho potuto fruire dei primi permessi premio e della semilibertà tra il 2004 e il 2009. Il 2009 è stato però un anno terribile. Ho avuto una regressione e sono finito nel giro della cocaina. Ho reagito e mi sono disintossicato. Nel 2015 ho potuto riprendere a fruire dei permessi. Ma non è bastato per farmi ottenere la libertà condizionale che nel 2019 mi è stata rigettata, nonostante il parere positivo della Direzione dell’Istituto e del Procuratore Generale. Ho quindi continuato a fruire della semilibertà. Nel 2020 durante una perquisizione nella mia auto è stato rinvenuto un micro cellulare, peraltro senza sim. Un nuovo disastro. Mi fu revocata la semilibertà e se anche la mia posizione in Procura venne archiviata avevo ormai perso il lavoro e ho patito gli effetti della revoca della misura. Adesso ho un articolo 21 che mi permette di lavorare all’interno della Casa Circondariale. Ma non ce la faccio davvero più. Penso di poter aspirare alla libertà condizionale ma qualcuno deve darmi un lavoro, darmi un aiuto concreto per riscattarmi. Ho fatto due domande di grazia al presidente della Repubblica, la seconda qualche mese fa. Cerco un lavoro all’esterno per sopravvivevere ma non è facile. Da un po’ faccio fatica la mattina ad alzarmi dal letto e affrontare un’altra giornata in carcere. La mia vita finora è stata un inferno e sono vinto dalla disperazione. Ormai ho quasi settant’anni e per me non intravedo un futuro”, conclude la lettera del detenuto. 

“Quella di M.C. è sicuramente una storia complicata come ce ne sono tante nelle carceri ma 48 anni di reclusione – commenta Maria Grazia Caligaris – forse meritano un approfondimento e fanno riflettere sul ruolo della detenzione. Dopo quasi mezzo secolo di carcerazione con alti e bassi, errori e ripensamenti occorre forse pensare a un progetto personalizzato e a un affiancamento che possa garantire maggiore efficacia in un percorso di speranza a cui nessuno può sottrarsi”.