UTA. Le note delle launeddas e dell'organetto risuonano tra le mura della sezione femminile della casa circondariale "Ettore Scalas" di Uta per il progetto "A passu de Sardigna". L'iniziativa, promossa dall'associazione Socialismo Diritti Riforme (Sdr) in collaborazione con l'area educativa e della sicurezza dell'istituto penitenziario, ha visto la partecipazione di una decina di detenute di varie nazionalità, impegnate nell'apprendimento delle danze tradizionali dell'isola: da su ballu tundu a su passu torrau, passando per su dillu, su ballitu e le variazioni campidanesi.
Il percorso, articolato in otto incontri bisettimanali lungo il mese di settembre, si conclude domani ed è stato curato dal maestro Matteo Atzeni, presidente dell'associazione culturale folk "Fedora Putzu" di Selargius, insieme a Rita Corda di Sdr.
"Contribuire a diffondere la cultura sarda attraverso la musica e il ballo in un contesto dove convivono donne di diverse nazionalità è stata un'esperienza molto interessante", dichiara Matteo Atzeni. "Un'occasione che mi ha permesso un confronto anche con i balli tradizionali del Perù, del Brasile e della Nigeria. Ho avuto conferma che le donne hanno una particolare attitudine a muoversi a suon di musica e apprendono con facilità i passi. Vorremmo concludere con un saggio per mostrare i risultati ottenuti".
Per l'associazione Sdr, l'attività ha rappresentato uno strumento di integrazione e superamento delle rigidità strutturali della vita carceraria. "Seguire il percorso di queste donne nell'apprendimento dei ritmi e delle movenze ha offerto un'occasione diversa per conoscerle meglio e progredire nei nostri programmi", evidenzia Rita Corda. "È stato un momento di svago ma anche di aggregazione per abbattere quelle barriere che talvolta si creano nelle realtà chiuse, dove la convivenza è necessariamente forzata".
"Il programma ha inteso far conoscere il ballo sardo come rito collettivo nella pienezza della cultura del popolo", aggiunge Maria Grazia Caligaris, presidente di Sdr. "Nessuna gara ma un'attenzione alla postura, all'intreccio delle mani e delle braccia, a una modalità di relazione che unisce e identifica. Non solo l'aspetto ludico, ma la conoscenza del proprio corpo in relazione all'altro. Ringraziamo l'area educativa dell'istituto che ha apprezzato il valore socio-culturale dell'iniziativa nell'ambito dell'umanizzazione della pena".