In Sardegna

"Abortire senza ricovero non è possibile in Sardegna, uno spreco": la denuncia dell'associazione Coscioni

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CAGLIARI. In Sardegna non è ancora possibile accedere all’aborto farmacologico senza ricovero, una modalità che in Italia oggi è attiva solo in alcune Regioni e che consente, nei casi previsti, di effettuare la procedura in regime ambulatoriale o consultoriale, con la possibilità di assumere il secondo farmaco a domicilio.

A richiamare il tema è l’Associazione Luca Coscioni, che ha lanciato la campagna “Aborto senza ricovero” con l’obiettivo di chiedere procedure regionali uniformi e l’applicazione delle disposizioni già previste dal 2020 per l’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica. Secondo l’associazione, attualmente l’aborto senza ricovero è possibile in Campania, Lazio, Emilia-Romagna e nelle Province autonome di Bolzano e Trento. In Toscana è prevista una procedura con tre accessi e non è consentita né l’assunzione del secondo farmaco nei consultori né quella a domicilio. In Umbria la possibilità è prevista formalmente. Nelle altre Regioni, Sardegna compresa, questa modalità non è disponibile.

L’associazione sostiene che il ricovero per l’aborto farmacologico “non è necessario, non aumenta la sicurezza della procedura e comporta, oltre a uno spreco di risorse per il servizio sanitario regionale, un potenziale rischio di infezioni che dovrebbe essere evitato”. Viene inoltre evidenziato che in Lombardia il costo dell’aborto farmacologico in day hospital è superiore a quello chirurgico. La campagna chiede che le donne possano accedere all’aborto farmacologico entro le prime nove settimane di gestazione, effettuare la procedura in consultorio o ambulatorio e assumere il secondo farmaco a casa, seguendo le indicazioni mediche.

“In sole 4 regioni le donne potranno scegliere di prendere il misoprostolo a domicilio, si è da poco aggiunta la Campania”, dichiarano Anna Pompili, Mirella Parachini e Chiara Lalli dell’Associazione Luca Coscioni. “Ci auguriamo che sarà presto possibile ovunque, anche in Sardegna. Perché i diritti non dovrebbero dipendere dalla Regione in cui viviamo”.