Scienza e tecnologia

Quanto è piccolo il mondo: virus e reti sociali, sei passi verso il delirio

In un film del 1968, forse poco conosciuto, intitolato “3 passi nel delirio”,  un trio di grandi registi del '900:  Roger Vadim, Louis Malle e Federico Fellini, reinterpretava in 3 diversi episodi alcuni racconti di Edgar Allan Poe. Il terzo e ultimo episodio, diretto dal nostro Federico Fellini, era intitolato “Toby Dammit” e si ispirava al racconto “Mai scommettere la testa col Diavolo”.

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Una scena tratta dal film “Toby Dammit” di Federico Fellini

Quell’episodio è una piccola gemma del cinema Felliniano e racconta di un attore “maledetto”  dipendente da alcol e droghe, interpretato dal giovane Terence Stamp e  molto lontano dalle convenzioni hollywoodiane dell’epoca, che in cambio di una Ferrari accetta di venire a Roma per interpretare una parte in uno strano western a sfondo mistico/religioso. Toby ha un incubo di morte ricorrente. Un sogno che s'avvera nel finale tragico quando, dopo una folle corsa notturna al volante della sua decapottabile, la sua testa viene tranciata di netto da un filo d’acciaio teso attraverso la strada.

Mi è venuto istintivo ripensare a questo film, osservando il nostro procedere nel buio verso il delirio di questa pandemia globale che ci ha travolto tutti.  Quanto è piccolo il mondo ho pensato. Solo sei passi separano ognuno di noi dal virus. E non vorrei pensaste sia solo un modo di dire.

Perché sono davvero pochi, pare siano proprio al massimo sei, i passi che si frappongono fra ognuno di noi e chiunque sulla faccia della Terra, comprese quindi tutte le persone positive al Covid19 che non sappiano di esserlo. In qualsiasi parte del mondo globalizzato contemporaneo ci si muova o ci si trovi.

Esiste infatti una teoria matematica che definisce come esistano al massimo sei gradi di separazione, tra qualsiasi punto e tutti gli altri, in ogni “rete di prossimitàche preveda interazioni, contatti, rapporti o scambi di informazioni.  Sono considerabili quindi reti di prossimità  anche tutte quelle reti sociali che mettono in relazione tra loro gli esseri umani.

Queste reti sono definite anche “reti piccolo mondo” in quanto in grado di  espandersi creando ognuna un proprio “microcosmo”, un mondo di interscambi e interazioni che si distribuiscono, viaggiando da un punto all’altro, da un nodo ad un altro, fino a concentrarsi in aggregazioni casuali su alcuni nodi privilegiati. Questi nodi più grandi diventano “hub relazionali”, punti “concentratori” di interazioni, in grado di relazionarsi, scambiando informazioni, con altri “hub” simili appartenenti a reti di prossimità contigue alla loro.

Oggi gli esempi che prevedano uno scambio di informazioni tipico delle reti “piccolo mondo” sono praticamente infiniti e comprendono, ovviamente, le reti tecnologiche per la comunicazione, ovvero reti telefoniche e telematiche.

Questo meccanismo di propagazione e distribuzione delle informazioni nelle reti piccolo-mondo, che a prima vista potrebbe sembrare molto simile ad altre logiche di ripetizione matematica e auto-similarità (come quelle che sono proprie dei frattali) in realtà, grazie all’interazione sociale propria dell’elemento umano, agisce in modo molto più random e caotico. Ogni sistema di relazioni dentro le reti piccolo-mondo è, anche per questo motivo,  in grado di generare  trame via via più complesse la cui distribuzione diventa praticamente infinita quando si estende nel tempo, su milioni di persone e  su scala globale.

La rete  “piccolo mondo” relazionale globale che si viene così a creare, pur mantenendo quella regola base dei sei semplici passi, possibili per  ogni suo singolo punto, arriva a poter contenere tutta la fitta trama delle interazioni tecnologiche, economiche e sociali del nostro tempo.  Ecco quindi che, una volta definite le caratteristiche di small-world network tecnologici e anche sociali, ci viene subito istintivo pensare ai social network. E tra questi si pensa ovviamente a Facebook, il social più noto e diffuso, che ci sembra essere la prima, forse unica, rete “piccolo mondo”  davvero globale. Invece un social network altro non è che un “comms bottleneck”,  ovvero un "collo di bottiglia" della comunicazione relazionale dentro una rete che dovrebbe essere aperta. Comunicazione in una rete aperta che diventa invece sempre più chiusa quando viene ristretta da regole obbligate e meccanismi di controllo.

Quindi proprio quel social network che ci appare come il migliore esempio di rete piccolo mondo in realtà può esserne invece antitesi e negazione. In quanto, al proprio interno, la comunicazione è sempre vincolata da regole di restringimento imposte da filtri “software” autolimitanti i possibili processi di scambio. Dentro un social network la somma delle interazioni paritetiche (che dovrebbe essere all’origine di qualsiasi catena evolutiva delle interazioni di prossimità  dentro una qualsiasi rete aperta in un sistema “piccolo-mondo”) diventa invece un processo de-evolutivo chiuso e e auto-limitante. In quanto processo ristretto e econsentito solo alle interazioni ammesse dai processi auto-referenziali creati dalle regole di programmazione del codice software inventate da uno sviluppatore o permesse dall'ambiente operativo deciso dal proprietario del sistema o del network sociale stesso.  

 Internet Map

Una rappresentazione in mappa della rete internet (fonte: the internet Map project )

A questo processo intrinsecamente auto-limitante dell'ambiente interno in cui si muove tutto lo small-network sociale si aggiunge anche il fatto che i “colli di bottiglia” della comunicazione relazionale, dentro qualsiasi social network (si tratti di Facebook o altri) sono solo il primo livello di limitazione indotta dall'ambiente tecnologico. Il livello successivo è infatti legato al fatto che, i social network  al pari di tanti altri ambienti e codici software resi fruibili online agli utenti, esistono all’interno di un ambiente grafico "user-friendly" come il World Wide Web  che è, a sua volta, solo una piccola limitata e codificata porzione della "galassia" di comunicazioni digitali esistenti che sono oggi in grado di viaggiare attraverso la rete Internet. A questo secondo livello di “bottleneck” dovuto al "layout" con cui il web si presenta se ne aggiunge infine un terzo. Dovuto al fatto che la stessa "galassia digitale" rappresentata dalla rete Internet che ci è permesso conoscere e frequentare, da normali utenti, seppure ci sembri immensa, aperta e praticamente infinita è a sua volta è soltanto un ulteriore sotto-insieme ristretto rispetto all'intero "universo" digitale delle altre reti telematiche, che utilizzano forme di comunicazione digitale simili, oppure dìfferenti, in quanto basate su "protocolli di comunicazione" diversi con regole più estese.

Basti pensare ai progetti di reti di comunicazione esistenti in ambito civile come Abilene o Internet2  che prevedono reti internet "parallele" oppure allo stesso "dark-web" che, seppure basato sulle stesse regole e protocolli dell'nternet web "emerso",  rappresenta il lato nascosto di un immenso iceberg digitale sommerso, inesplorabile per la maggioranza di molti comuni utenti della rete.

Oppure  ancora si potrebbero citare le molte altre reti globali di comunicazione, anche queste inaccessibili alla maggior parte di noi, come le reti militari. Quali ad esempio la DISA (Defence Information System Agency) creata dal Dipartimento della Difesa USA.  Del resto, in questo e in altri campi, la ricerca per scopi militari crea e utilizza sempre con molto anticipo le tecnologie che verranno poi rese disponibili per usi civili. Risulta ben noto quanto la stessa rete Internet attuale rappresenti solo una delle sotto-reti civili, sviluppatasi negli anni sessanta a partire dalla rete Arpanet, uno dei tanti  progetti di ricerca militare del DARPA  (Defense Advanced Research Projects Agency) americano.

Tutto questo lungo, necessario, excursus solo per dirvi che nonostante sia chiaro quali e quanti potrebbero essere gli sviluppi delle interazioni libere dentro una rete “piccolo mondo” noi esseri umani abbiamo volutamente circoscritto, in una spirale ad anelli concentrici, la nostra moderna “infosfera  digitale”.  Ogni scambio di comunicazione digitale che conosciamo, dentro la nostra "infosfera"  è quindi solo una riduzione, all’ennesima potenza,  delle reali possibilità di scambio e interazione che ci sarebbero permesse nella vastissima rete “small-world” della telecomunicazione globale.  E,  così facendo, stiamo utilizzando nel modo peggiore proprio quei sei gradi di separazione di cui si parlava all’inizio, ovvero i  “sei passi” iniziali del titolo del nostro percorso verso il delirio Covid19.

Perché, quello che in realtà più si avvicina alle logiche  “piccolo mondo” e ai meccanismi delle reti di prossimità di cui stiamo parlando, non sono le moderne reti di comunicazione digitale che il progresso e la modernità ci offrono ma sono altre reti piccolo-mondo, più aperte, globali e sociali. Reti  presenti, da sempre, nella storia dell’umanità.

Sono quelle reti che rivelano la fitta trama dell’umano transito sulla terra e, con esso, la scia di negative “relazioni di prossimità” che noi esseri umani ci lasciamo dietro. Questa sica è spesso la causa della deleteria antropizzazione di ogni luogo nel mondo. Ed era forse necessaria una pandemia virale come questa, con il suo sviluppo che causa centinaia di migliaia di vittime e che coinvolge, blocca e fa riflettere su quest’argomento  milioni di persone, per farci rendere conto tutti di quanto sia diventato sempre più virale, sempre più mutante perchè diffuso di generazione in generazione e, di conseguenza, sempre più malato il nostro piccolo e antropizzato “sistema mondo”.

Tutti i moderni sistemi di relazione sociale e di prossimità antropica che il progresso ci ha portato a concepire su questa terra, sono sempre stati questo. Sistemi  virali veloci e  “mutanti” che si basano proprio sulla più semplice, diffusa e ancestrale delle forme di comunicazione. La trasmissione di informazioni  "negative", come lo sono quelle delle malattie. insieme alle Informazioni positive in grado di contrastarle grazie all'evoluzione. Informazioni che viaggiano entrambe, nel corso del tempo, da genitore a figlio, portando con sé il messaggio di selezione genetica, evolutiva e competitiva, proprio di una specie.

La modernità e il progresso dell’Uomo, dalla rivoluzione industriale in poi, hanno semplicemente alimentato a dismisura questo processo evolutivo primario, comprimendone i tempi  ed estendendo il suo spazio trasmissivo all’intero pianeta.  L'accelerazione dei processi è talmente evidente che ci basta una semplice mappa come quella sottostante per mostrare come i flussi di diffusione pandemica di vaiolo, malaria e colera, nei molti secoli precedenti il nostro, impiegassero molti anni per circumnavigare il globo e mietere vittime da un capo all'altro del pianeta.  Mentre al moderno virus covid19 sono stati sufficienti pochi giorni.

Disease Flow Map Haisam Hussein

La diffusione di lebbra, vaiolo e malaria nella storia dell'uomo (mappa di Haisam Hussein)

 

Nel nostro caso, quella pandemica, è stata una comunicazione davvero “speciale” in quanto, essendo specie dominante sul pianeta per molte migliaia di anni, siamo riusciti a selezionare, generazione dopo generazione, con gli stessi meccanismi di trasmissione delle informazioni genetiche, non solo i migliori esemplari di "Homo Sapiens" ma anche i migliori micro-organismi killer in grado di debellare ogni loro forma di difesa immunitaria.

Se quindi la razza umana evolve come un virus. probabilmente la civiltà occidentale rappresenta il suo ambiente di evoluzione e mutazione perfetto.  In questa nostra società sono ormai genetici e virali tutti i meccanismi che regolano le relazioni sociali e, attraverso essi, la  produzione e il consumo di beni materiali o immateriali. La stessa percezione del valore di un bene, materiale o, sopratutto, immateriale è basata sull'azione di comunicazione e relazione che introno al bene si è in grado di creare. Tutto quello che era fondamento, sostanza e simbolo di cultura tramandata di generazione in generazione, per poter garantire la produzione di un qualsiasi artefatto artigianale, tutto il complesso sistema di competenze e valori individuali per creare un singolo oggetto o manufatto, nella creazione o produzione di massa, introdotta dalla rivoluzione industriale, sono diventati retaggio oboslescente di quanlcosa che non può esistere in una rete produttiva dentro un mercato globale. Ogni merce prodotta per la massa di consumatori congeniale ad un "market for the masses" dentro un sistema relazionale complesso basato sulla comunicazione si basa sulla generazione nell'immaginario collettivo di informazioni che non devono più descrivere realmente nessun prodotto ma devono essere in grado di "ridisegnare" il sistema di valori, bisogni e desideri che circonda quel prodotto. Un sistema che rappresenta appunto la rete piccolo-mondo nel quale  sia ben riconoscibile non solo chi produce il prodotto, l'azienda e dunque il "brand", ma sopratutto il consumatore "target".  Per farlo è necessario distribuire nel monìdo più veloce possibile, per entrambi, la giusta dose di appeal in termini di mercato e marketing. Far questo è possibile, all'interno di un mercato sempre più globale, solo grazie a meccanismi di replicazione virale della comunicazione.

I meccanismi a replicazione virale quindi regolano il nostro quotidiano lavoro intellettuale, disegnano l'immaginario  ma anche i confini della percezione di ogni oggetto che consideriamo “materiale” e reale. Il lavoro, la produzione, lo scambio delle merci, il commercio globale, la finanzia che regola ad arte la variazione di domanda e offerta,  l’induzione di sempre nuovi bisogni e desideri, per regolare ogni vendita, prezzo, consumo e anche distruzione, alla fine del ciclo di vita di un qualsiasi prodotto. Tutto lo strato antropico su questa Terra,  habitat nel quale esistiamo come esseri umani,  è una immensa ragnatela virale, basata sulla semplice relazione di causa ed effetto data da "produzione versus consumo", in grado di ridisegnare il nostro mondo e sovrastare ogni cosa.

Una ragnatela con miliardi di frenetici e quotidiani spostamenti di persone, risorse  e materie prime finalizzati alla costante creazione di sempre nuove merci, nuovi consumatori, nuovi bisogni, nuovi mercati, nuovi capitali finanziari, nuovi conflitti, reali e virtuali. Tutto questo insieme di relazioni viene costantemente trasferito e riferito, ovunque nel mondo, in uno scambio costante di informazioni, che non mira ad aumentare la conoscenza ma semplicemente ad assimilare e annullare, dentro un magma globale, diversità e differenze.

Abbiamo creato la nostra rete “piccolo mondo” costituita da infinite reti, popolate da virus mutanti e perfetti. Virus che sono perfettamente in grado di estinguerci.  Viviamo tutti come avvolti in un bozzolo, esposti sul bancone di una bancarella dentro un immenso Suq globale, dove qualche mercante sta mettendo in vendita la futura distruzione del nostro pianeta.  La nostra stessa esistenza è questo. Nient’altro che un’unica intricata e pericolosa rete/ragnatela di bozzoli, punti, nodi e hub tra loro in prossimità.

Una strada buia che noi percorriamo veloci e con piccoli passi, diretti verso il consumo, il delirio e la fine. Guardiamoci intorno. I sistemi basati sullo “small-world networking”  sono ovunque. Lo sono tutte le reti tecnologiche, industriali, commerciali e produttive dell’occidente. E’ ovviamente una grande rete piccolo-mondo globale quella che riguarda il trasposto aereo internazionale.

Ma sono “small-world network” anche le reti nazionali e internazionali di distribuzione  dell’energia elettrica o quelle di approvvigionamento dei carburanti,  quelle dello sfruttamento delle materie prime, delle risorse alimentari ed energetiche. Le vie di distribuzione dell’acqua, quelle di produzione e trasporto dei cereali, della carne, del gas, del carbone, del petrolio, dell’oro e dei diamanti.  Sono certamente reti piccolo-mondo globali tutte quelle di commercializzazione di qualsiasi prodotto o derivato di una industria, vie legali o illegali, sono reti piccolo-mondo quelle di vendita delle armi, delle droghe, del tabacco. Lo sono più in generale tutti i sistemi che regolano il capitalismo e determinano il valori monetari e scambio di valute e titoli finanziari. Una immensa rete piccolo-mondo governa i capitali, le risorse auree degli stati,  i listini delle borse e i mercati azionari mondiali.

Sempre più globali, diffuse e complesse  sono le reti piccolo-mondo di vendita e trasporto delle merci e delle persone attraverso i trasporti su ruote, ferroviari, aerei e marittimi internazionali.

Ma sono definibili come reti di questo tipo anche quelle che rappresentano il cuore di ogni democrazia occidentale. Le leggi e i meccanismi che regolano doveri e diritti di cittadinanza, I processi elettorali, le regole di partecipazione e rappresentanza politica, i partiti e i movimenti d’opinione. Le reti istituzionali delle pubbliche amministrazioni e, al loro interno, le infinite reti piccolo-mondo che regolano le carriere e le vite delle persone che operano nella politica o intorno ad essa, insieme all’infinita e intricata catena di scambi e  relazioni che la vita politica genera nella società.

Sono reti piccolo-mondo anche le tante reti della ricerca scientifica pubblica e privata,  della collaborazione accademica e universitaria,  la struttura delle grandi organizzazioni di ricerca farmaceutica e chimica. Sono reti piccolo-mondo  le reti di coordinamento internazionale per la produzione e lo sviluppo industriale proprie di grandi strutture aziendali e di tutte le multinazionali.

Come sono reti complesse quelle che rappresentano, le interazioni sociali ed economiche, gli scambi linguistici e culturali. Sono reti piccolo-mondo quelle delle migrazioni dei popoli e quelle delle mutazioni nel patrimonio genetico, che attraversano millenni di storia dell’umanità. 

Quindi, quando parliamo di questi sei gradi di separazione tra noi e qualsiasi altra persona nel mondo è proprio a questa infinita rete di reti piccolo-mondo, alla coincidenza tra mercato e merce della nostra globalizzazione e a tutte le comunicazioni  che circolano ogni giorno in questo nostro mondo industrializzato che dobbiamo guardare.  

Dobbiamo guardare all’idea di un capitalismo globale che ci ha fatto diventare quello che siamo.  Noi esseri umani d’occidente siamo il mezzo, il medium perfetto. In grado di trasformare e veicolare ogni merce e ogni messaggio, ogni contenuto virale. Siamo cresciuti con le merci, viviamo da sempre dentro il mercato globale e ci riteniamo  indenni dal virus. Invece siamo noi lo strumento migliore con cui questi sistemi piccolo-mondo virali e  perfetti,  i mercati e le merci, ci uccideranno.  

Non è più necessario nemmeno scegliere la migliore offerta per soddisfare un bisogno. Perché esiste un solo mercato, una sola merce, un solo bisogno, un solo consumatore. Quello della corsa globale verso il delirio. Una corsa globale fatta di “armi, acciaio e malattie” a cui si è accennato anche in un articolo precedente, sempre qui su YouTG.   

Questo nostro globalizzante progresso infatti, per poter realmente evolvere distruggendo quanto lo circonda, deve anche ammettere un progredire parallelo di virus e malattie che saranno in grado di minarlo dall’interno. Noi abbiamo popolato questo nostro sistema  unico e globale di pericolosi agenti, reali e virtuali: la tecnologia,  la produzione industriale, la comunicazione mediatica, il commercio, i sistemi monetari, la finanza.

Tutti organismi in grado di cambiare continuamente forma e aspetto, perfetti per vivere al nostro fianco o, ancora meglio, dentro noi stessi, quali nostri organismi simbionti nel complesso sistema globale.

Perché, appare evidente come il primo e perfetto esempio di un sistema basato su una rete piccolo-mondo dalle infinite possibilità di trasmissione e comunicazione è rappresentato dal frutto più inesplorato della razza umana. Il nostro cervello.  

Il frutto di questa nostra corsa verso il delirio deve  quindi poter essere malato quanto la sua radice.   Perché gli  agenti in grado di distruggere la razza dominante dall’interno sono l’unica arma naturale attraverso la quale, questo pianeta Terra, è ancora in grado di difendersi da noi.  

Ecco perché alla fine non dovremmo nemmeno lamentarci troppo di questa pandemia. 

Noi uomini abbiamo creato le nostre small-world network a nostra immagine e somiglianza.  E non saranno quei pochissimi gradi di separazione a fermare la nostra corsa folle nella notte.  In questo piccolo-mondo imperfetto e veloce che abbiamo creato, quei 6 passi equivalgono a nessuna separazione.  Niente separa più noi, novelli Toby Dammit, da quel cavo d’acciaio che ci decapiterà.  

 

NOTA DI APPROFONDIMENTO:

La teoria dei “piccoli mondi” viene resa pubblica  per la prima volta nel 1998 sulla rivista Nature in un articolo intitolato  “Collective dynamics of smallworld networks” pubblicato dai due matematici Duncan Watts e Steve Strogatz.  Si tratta di una teoria che si ispira anche alle leggi che regolano il  caos deterministico di sistemi dinamici complessi.  

Ma in realtà sono state molte le ricerche precedenti ad aver affrontato questo genere di argomenti. Tra gli anni cinquanta e sessanta, intorno alla “teoria delle reti”,  lavorarono ad esempio ricercatori del calibro di Manfred Kochen e Stanley Milgram,   prendendo spunto dalla “teoria dei grafi” di un importante matematico svizzero del settecento Leonhard Euler (noto come  Eulero)

Fu proprio il sociologo Milgram, ad esempio, che  dinanzi all’argomento già dibattuto ad Harvard, ideò un ingegnoso ed originale esperimento per capire quale fosse la distanza fra due cittadini qualsiasi negli Stati Uniti. L’ipotesi era allora che, nel mondo occidentale, data l’esistenza di una vasta rete sociale, ognuno dei suoi membri fosse connesso ad un qualunque altro mediante una breve catena di conoscenze intermedie. Quanti contatti sarebbero quindi stati necessari per connettere fra loro due individui scelti a caso nella società? Il risultato suggestivo ma concreto fu ottenuto attraverso un esperimento fatto solo con lettere cartacee, una sorta di catena o “passaparola” postale, di ricezione e invio di lettere  senza conoscere l’indirizzo di destinazione finale, inviate per posta a migliaia di persone in diversi stati e città americane. Nonostante tutto questo avvenisse ben prima della comparsa di qualsiasi rete di comunicazione telematica, la maggior parte delle lettere arrivò alla stessa destinazione, e cosa incredibile, in pochissimo tempo: i mittenti di questa  non l’avevano inviata anche loro centinaia di volte, ma in media al massimo sei.

L’espressione “sei gradi di separazione” viene spesso, erroneamente, attribuita al sociologo  Stanley Milgram, (vedi nota) ma in realtà la  prima formulazione della teoria non ha origine scientifica o statistica, ma si ritrova in un racconto, intitolato “Anelli della Catena”, scritto nel 1929 dall’autore ungherese Frigyes Karinthy.  Nel racconto si riflette su come ‘la rapidità con cui si diffondono le notizie e l’utilizzo di mezzi di trasporto sempre più veloci abbiano reso il mondo molto più piccolo e ristretto rispetto al passato’.  

Successivamente, negli anni Novanta, un’opera teatrale scritta dal drammaturgo John Guare  intitolata appunto “Six Degrees of Separation sintetizza il concetto nel termine oggi universalmente noto.  Anche se è solo qualche anno più tardi, nel 1993,  che questa terminologia si diffonde, anche grazie ad un film dallo stesso titolo del regista Fred Schepisi  che vedeva tra i protagonisti Will Smith. In questo  film, una delle protagoniste, meditando sull’interconnessione di tutte le cose e  persone sul pianeta dice: “..sei gradi di separazione fra noi e tutti gli altri su questo pianeta. […] un indigeno australiano, uno della Terra del Fuoco, un eschimese.[…]. Ognuno di noi è una porta spalancata su altri mondi.”

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