Culture

La democrazia sotto assedio: dalla cybersicurezza alla sicurezza cognitiva

Caligiuri

 

CAGLIARI. Ci sono guerre che fanno rumore. Si combattono con le armi, lasciano macerie, producono immagini che fanno il giro del mondo. E poi esistono guerre silenziose. Non distruggono città. Non fanno esplodere ponti.Non interrompono la corrente elettrica.Entrano direttamente nella mente delle persone.

Sono le guerre dell'informazione. Della disinformazione. Della manipolazione percettiva. Dell'influenza cognitiva.

Sono conflitti nei quali il territorio da conquistare non è più una nazione, ma il modo in cui milioni di cittadini percepiscono e interpretano la realtà.

È in questo scenario che il saggio scientifico del professor Mario Caligiuri, “L'algoritmo educativo e i suoi nemici. Strategie pedagogiche per orientarsi nella metamorfosi del mondo”, assume un significato che va ben oltre la ricerca accademica. Non parla soltanto di algoritmi, di intelligenza artificiale o di innovazione digitale. Ci invita a riflettere sul destino della libertà nell'epoca in cui la tecnologia è in grado di influenzare, orientare e talvolta condizionare il nostro modo di conoscere il mondo. 

Il nuovo potere non occupa territori: occupa l'attenzione.  Per secoli il potere si è misurato attraverso il controllo della terra, delle risorse economiche e della forza militare. Nel Novecento ha assunto il volto dell'energia, dell'industria e della finanza. Nel XXI secolo il potere cambia ancora.

Oggi la ricchezza più preziosa non è il petrolio. Non sono nemmeno i dati. È l'attenzione umana. Chi controlla l'attenzione può orientare il consumo.

Può influenzare le emozioni. Può alimentare paure. Può rafforzare convinzioni.Può modificare comportamenti collettivi.

Gli algoritmi sono diventati il motore invisibile di questa trasformazione. Analizzano enormi quantità di dati per prevedere e orientare scelte individuali e collettive, incidendo sempre più profondamente sui processi cognitivi e sulle dinamiche sociali. 

La sicurezza nazionale passa anche dalla sicurezza cognitiva. Per anni abbiamo identificato la sicurezza con la difesa dei confini. Oggi questa definizione non basta più. Le moderne strategie di guerra ibrida mostrano che è possibile indebolire uno Stato senza sparare un colpo. È sufficiente alterare la qualità dell'informazione. Polarizzare il dibattito pubblico. Diffondere sistematicamente disinformazione. Erodere la fiducia nelle istituzioni. Creare un clima permanente di paura, sfiducia e conflitto sociale. Quando i cittadini non riescono più a distinguere il vero dal falso, non si indebolisce soltanto il sistema informativo. Si indebolisce la democrazia stessa.

Ed è proprio in questa prospettiva che la riflessione del professor Caligiuri assume un valore strategico: la formazione del pensiero critico diventa una componente essenziale della resilienza democratica. 

Il caso Cambridge Analytica ha rappresentato uno spartiacque. Per la prima volta il mondo ha compreso che pochi dati digitali potevano consentire di ricostruire il profilo psicologico di milioni di persone e di personalizzare messaggi politici con una precisione senza precedenti.

Da quel momento una domanda ha iniziato a imporsi. Se un algoritmo riesce a prevedere il comportamento elettorale di un cittadino… può anche contribuire a modificarlo?

Il professor Caligiuri non alimenta teorie complottistiche. Richiama semplicemente un dato ormai acquisito nella ricerca internazionale: gli algoritmi sono strumenti capaci di incidere sui processi cognitivi, e proprio per questo il loro impatto riguarda anche la qualità della vita democratica. 

 

La riflessione diventa ancora più incisiva quando affronta il cosiddetto "capitalismo della sorveglianza". La grande economia digitale non commercializza soltanto prodotti. Commercializza comportamenti. Previsioni. Preferenze. Tempo. Emozioni. Ogni gesto digitale alimenta un modello economico nel quale l'essere umano rischia di trasformarsi progressivamente da cittadino in consumatore permanente. La questione, allora, non è soltanto economica.

È antropologica. Quale idea di persona stiamo costruendo? Quale modello educativo trasmetteremo ai nostri figli? 

Ed è qui che emerge la parte più innovativa del lavoro scientifico del professor Caligiuri. L'autore non propone di fermare l'intelligenza artificiale. Non invita a demonizzare gli algoritmi. Fa qualcosa di molto più coraggioso. Propone di sottrarre gli algoritmi alla loro esclusiva funzione commerciale e di trasformarli in strumenti di emancipazione culturale. Nasce così il concetto di “algoritmo educativo”. Un algoritmo progettato non per catturare l'attenzione. Ma per sviluppare autonomia critica. Non per aumentare il consumo. Ma per rafforzare la cittadinanza. Non per creare dipendenza. Ma per educare alla libertà.

È una prospettiva che richiama pedagogia, neuroscienze, psicologia cognitiva, informatica ed etica a una responsabilità comune: progettare tecnologie che aiutino l'uomo a comprendere meglio il mondo, invece di limitarne la capacità di giudizio. 

Il saggio pone anche un interrogativo che riguarda direttamente le istituzioni democratiche. Gli Stati sono ancora in grado di governare l'innovazione tecnologica? Oppure la rincorrono? Le grandi piattaforme digitali dispongono oggi di una concentrazione di dati, capacità computazionale e risorse economiche senza precedenti. Se la politica non saprà orientare lo sviluppo dell'intelligenza artificiale verso il bene comune, il rischio è che le logiche di mercato finiscano per prevalere anche nella formazione del pensiero. Per questo professor Caligiuri richiama la necessità di un ruolo attivo dello Stato e delle istituzioni democratiche nella ricerca e nello sviluppo di algoritmi orientati all'educazione e alla responsabilità civica. 

Il merito più grande del lavoro del professor Mario Caligiuri è quello di spostare radicalmente il punto di osservazione. Non ci chiede se l'intelligenza artificiale sarà più intelligente dell'uomo. Ci chiede se l'uomo sarà ancora abbastanza libero da restare padrone del proprio pensiero. È una differenza enorme.

Perché una democrazia non sopravvive soltanto grazie alle leggi, alle elezioni o alla separazione dei poteri. Sopravvive se i cittadini conservano la capacità di ragionare autonomamente, di distinguere il vero dal falso, di esercitare il dubbio e di partecipare consapevolmente alla vita pubblica.

In un'epoca nella quale gli algoritmi influenzano informazione, consumi, relazioni sociali e opinioni, l'educazione torna a essere la più importante infrastruttura democratica. Forse è proprio questa la lezione più profonda del saggio del professor Caligiuri.

La libertà non si difende soltanto con le Costituzioni. Si difende formando menti capaci di riconoscere ogni tentativo di manipolazione. Perché il futuro della democrazia potrebbe dipendere meno dalla potenza delle macchine e molto di più dalla qualità del pensiero umano che sapremo coltivare. 

 

di Antonello Caria, Presidente dell’Associazione culturale “sicurezza partecipata e sviluppo”, vice questore aggiunto della Polizia di Stato in quiescenza, Cav. Uff. dell’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana”.