Grandi progetti, giudizio sull'impatto ambientale scippato da Roma: la Regione sfida il governo

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CAGLIARI. Troppi schiaffi dal governo, con l'impugnazione di una lunga serie di leggi regionali: ultimo, ma solo in ordine di tempo, il provvedimento sull'edilizia approvato dal Consiglio. Così la Regione ha deciso di passare al contrattacco: impugnate, davanti alla Corte costituzionale, alcune norme del decreto legislativo "in materia di valutazione di impatto ambientale di progetti pubblici e privati". Il decreto, per capire, che ha spedito dritte a Roma le valutazioni sui progetti di metanizzazione della Sardegna, con le dorsali del gas proposte da Snam e Sgi. Ma sono solo i primi due piani passati sotto la competenza ministeriale. Altri saranno tolti alla competenza regionale, con una "lesione dell’autonomia e di competenze fondamentali attribuite alla Regione". L’esecutivo guidato da Francesco Pigliaru, si legge in una nota, contesta le disposizioni che consentono allo Stato di assumere un ruolo centrale e esclusivo in materia di Via privando la Sardegna di importanti prerogative legate alla tutela del paesaggio e al governo del territorio.

“Riteniamo che queste disposizioni siano in contrasto con i principi sanciti dallo Statuto e dall’articolo 117 della Costituzione. Lo Stato non può avocare a sé scelte sul nostro ambiente e sul nostro paesaggio che vogliamo tutelare e preservare. La Sardegna e le amministrazioni locali sarebbero escluse da decisioni che ci riguardano direttamente e che investono ambiti strategici per il nostro sviluppo”, dichiara il presidente Pigliaru, riaffermando l’assoluta necessità di mantenere in capo alla Regione competenze fondamentali, “le stesse che ci hanno permesso di contrastare progetti quali il solare termodinamico a Gonnosfanadiga e Guspini, che avrebbe danneggiato beni ambientali e paesaggistici la cui difesa è per noi una priorità assoluta”, conclude Francesco Pigliaru.
 
Nel ricorso davanti alla Corte Costituzionale la Giunta sottolinea “la violazione dei principi di ragionevolezza e di buon andamento della pubblica amministrazione in quanto lo Stato diventa in modo ingiustificato arbitro dell’intero procedimento di Via mentre la Regione non è in grado di incidere nell’adozione di provvedimenti che hanno un elevato impatto sulle comunità territoriali di riferimento”.

La mancata previsione espressa dell’obbligo di richiedere il parere regionale nel procedimento violerebbe, inoltre, il principio di leale collaborazione, fondamento delle corrette relazioni tra Regione e Stato che “per costante giurisprudenza, impone adeguati meccanismi di cooperazione per l’esercizio concreto delle funzioni amministrative in capo agli organi centrali”.