Il carcere di Rebibbia è sovraffollato, la mamma detenuta trasferita a Uta: "Non può vedere né sentire i suoi quattro figli"

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CAGLIARI. Una detenuta, madre di quattro figli (l'ultima di appena 1 anno), è stata trasferita dal carcere romano di Rebibbia a quello di Uta, in Sardegna, per sovraffollamento del primo. È quanto denuncia oggi Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione “Socialismo Diritti Riforme”, che insieme alla socia Rita Corda, ha appreso della condizione della giovane donna durante un colloquio.

"Il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria predica bene ma razzola molto male", attacca Caligaris, " Questa donna ha 2 bambini di 14 e 9 anni e due bambine di 5 e 1 anno e due mesi che non può né vedere in videochiamata né sentire al telefono. Una situazione inaccettabile che aggrava, con un distacco traumatico, la pena inflitta alla donna di 2 anni e 2 mesi”.

“Il DAP  - sottolinea la presidente dell'associazione – sembra dimenticare di dover gestire sempre con umanità la vita delle persone detenute avendo riguardo anche dei loro figli, soprattutto quando sono minori. La relazione con la madre è un legame primario che fonda l’identità dei piccoli. Un allontanamento così traumatico ne può pregiudicare lo sviluppo psicologico. Nel caso della bimba di appena un anno e 2 mesi non si può dimenticare che il legame biologico che si sviluppa durante la gravidanza non si cancella senza determinare delle conseguenze per entrambe, mamma e bambina. In un caso come questo, nonostante l’attenzione delle Agenti Penitenziarie, delle Funzionarie dell’Area Educativa e del Mediatore Culturale di Cagliari-Uta per alleviare il profondo disagio di questa donna, la situazione si configura come una violazione dei diritti e una vera e propria tortura”.

“A.C. che con una condanna a poco più di due anni si vede privata dei suoi beni più preziosi, pensa continuamente ai figli, peraltro affidati a diverse Case Famiglia nell’hinterland di Roma. IL DAP non può trascurare questa situazione. Deve – conclude la presidente di Sdr – intervenire immediatamente per rimediare a un provvedimento crudele. Si tratta quindi di riportare la giovane donna dove si trovava prima del trasferimento. Ciò le permetterebbe di ricevere costantemente notizie dei figli, effettuare i colloqui e, non appena conclusa la pena, tornare al lavoro faticosamente trovato. Un’azione di giustizia e umanità da parte del DAP sarebbe davvero molto apprezzata”.