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CAGLIARI. L'aumento del costo dei carburanti, il rincaro dei beni di prima necessità, le difficoltà delle famiglie ad arrivare a fine mese e la richiesta di eliminare le accise. Sono alcuni dei motivi alla base della protesta organizzata questa mattina a Cagliari da Usb e A.ba.co. Sardegna, che hanno scelto una stazione di servizio Eni per il sit-in contro il caro carburanti e l'aumento del costo della vita. La mobilitazione anticipa lo sciopero generale già proclamato per il 30 ottobre.
"Non è più possibile sostenere il costo dell'aumento del carburante. Costo di aumento del carburante che si riverbera poi su tutti, su tutto il resto della società. Aumentano i prezzi su tutto, soprattutto aumentano i prezzi del carrello. In Italia, invece di aver investito sul ferro, quindi nei treni, nelle ferrovie, si è investito soprattutto su gomma. La maggior parte dei trasporti dei beni di prima necessità avvengono su gomma, e quindi il costo del carburante è ormai insostenibile, perciò aumentano anche i beni trasportati", spiega Enrico Rubiu del coordinamento regionale di Usb
Le difficoltà si fanno sentire anche nelle campagne, dove gli agricoltori devono fare i conti con costi sempre più alti. "Gli agricoltori oggi sono in grande difficoltà perché non si può più andare avanti con questo aumento, non riescono più a portare avanti le loro aziende e, quando riescono a produrre qualcosa, sono costretti anche ad aumentare i prezzi alla fonte, per cui aumenta tutto", afferma Rubiu.
La richiesta rivolta al Governo è quella di superare gli interventi temporanei e arrivare a una soluzione strutturale. "La cosa che chiediamo noi al Governo è una riforma strutturale, non delle misere regalie, diciamo, anche momentanee. Chiediamo una riforma strutturale che è quella dell'eliminazione delle accise. Accise che esistono dagli anni '30 e che non sono mai state cancellate", dice Rubiu.
Secondo i manifestanti il caro vita sarebbe collegato anche alle spese per gli armamenti. "Quello che denunciamo è una situazione ormai intollerabile, che pesa su tutta quanta la società italiana, e che è una manifestazione di quell'economia di guerra in cui siamo entrati, a tutti gli effetti. Chi ne paga le conseguenze sono naturalmente i settori sensibili: la scuola, la sanità, i servizi sociali, il lavoro”, spiega Filippo Lunesu del comitato Campagna di pressione alle banche armate.